L'economia della paura. Perché conservando si arretra. Intervista a Veronica De Romanis

Mercoledì 6 maggio alle ore 18:30, presso la Sala Igea dell’Istituto Treccani, si è tenuto l'appuntamento di “CDC d’Autore” con la presentazione del libro “L’economia della paura” di Veronica De Romanis. Il libro analizza e denuncia l'immobilismo dell'Italia dinanzi a crisi globali e instabilità economica. All'evento, hanno partecipato il Presidente CDC Ferdinando Boccia, il Direttore di Milano Finanza Roberto Sommella e il Presidente della Commissione Finanze della Camera l'on Marco Osnato. Per chi non ha potuto seguire l'evento qui il link.
In questa occasione, inoltre, abbiamo avuto il piacere di ospitare nella nostra newsletter l'intervista all'Autrice.
Siamo davvero diventati il fanalino di coda dell'Europa per scelta? Secondo Veronica De Romanis, la risposta risiede in una strategia politica bipartisan che dura da vent'anni: utilizzare la paura per offrire protezione invece di sviluppo. Tra asili nido tagliati, fondi del PNRR frammentati e un alto numero di NEET, il quadro che emerge è quello di un'occasione mancata. Ma è ancora possibile invertire la rotta?
Professoressa De Romanis, partiamo dal titolo, cosa significa “economia della paura”?
L’economia della paura rappresenta ormai un metodo bipartisan, utilizzato da governi di ogni colore politico negli ultimi vent’anni. Il meccanismo è sistematico: si individua una minaccia o un timore, che sia reale o presunto, per offrire ai cittadini protezione invece di crescita. In termini pratici, la politica ha sostituito le riforme strutturali e gli investimenti con una pioggia di sussidi e bonus, barattando lo sviluppo a lungo termine con il consenso immediato. Si tratta però di un grande inganno, poiché il risultato finale è un’economia che non genera valore, resta immobile e stagnante. I dati pubblicati in questi giorni confermano purtroppo questa tendenza in modo inequivocabile. Il Paese è tornato a essere il fanalino di coda in Europa, con una crescita stimata per l'anno in corso che oscilla appena tra lo 0,4 e lo 0,5%. Siamo fermi, nonostante l'enorme quantità di liquidità immessa nel sistema attraverso strumenti come il PNRR o il Superbonus 110%. Queste misure non hanno prodotto l'impatto sperato perché non hanno saputo intaccare i nodi strutturali, fallendo nel compito fondamentale di aumentare la capacità produttiva del sistema economico italiano. Senza un cambio di paradigma, rimaniamo intrappolati in un modello che spende risorse senza costruire il futuro.
“L’inazione minaccia non solo la competitività, ma anche la nostra stessa sovranità”. Nel libro riporta le parole di Mario Draghi nel suo intervento al Parlamento europeo nel settembre 2025. Chi sono e quale ruolo possono avere gli outsider per uscire dall’immobilismo economico?
La frase di Mario Draghi è molto importante: senza crescita non esistono le risorse necessarie per sostenere l'economia o pianificare investimenti e il Paese finisce per scivolare in una condizione di cronica dipendenza. Dipendiamo dai mercati finanziari, che di fatto controllano il nostro debito pubblico, e dipendiamo dalle istituzioni europee, come abbiamo chiaramente osservato con la gestione del PNRR. Il prezzo più alto di questo immobilismo è pagato dai cosiddetti outsider: le donne e i giovani. Si tratta di soggetti non organizzati in quelle che io definisco "tribù", categorie meno visibili che non riescono a far valere i propri interessi nei meccanismi di questa economia della paura, restando così esclusi dai benefici di sistema. I dati italiani confermano un primato negativo drammatico: siamo ultimi in classifica sia per occupazione femminile che giovanile. Al contrario, deteniamo il record per il numero di NEET: un milione e trecentomila giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione. È un immenso capitale umano che stiamo letteralmente gettando dalla finestra, mentre dovrebbe essere l'asset principale da valorizzare per permettere all'Italia di tornare finalmente a crescere.
Lei scrive “Dalla scuola dipende la cura e qualità del nostro capitale umano”, cosa possiamo fare per il sistema educativo italiano?
Assolutamente sì, è esattamente da qui che bisogna ripartire, anche perché i dati ci collocano tristemente in fondo alla classifica: siamo il Paese che investe meno nell'istruzione. Spendiamo pochissimo per l'università e, sebbene per le scuole elementari e medie la spesa sia in linea con la media europea, è evidente che serva un cambio di passo non solo nelle risorse, ma soprattutto nella qualità dell'insegnamento. Tutti i test internazionali, a partire dalle rilevazioni PISA condotte dall'OCSE, ci restituiscono una realtà allarmante: oltre il 56% dei sedicenni legge un testo ma non ne comprende il significato profondo. Questo deficit cognitivo ha ripercussioni dirette sulla capacità di inserimento nel mondo del lavoro, come dimostrano i numerosi dati riportati nel libro. È dunque prioritario ricominciare dall'istruzione, dalla formazione e dall'investimento nel capitale umano. E aggiungerei: questo sforzo deve riguardare ogni fascia d'età, perché un Paese che invecchia rapidamente come il nostro ha un disperato bisogno di formazione continua.
Nel 2026 termina il PNRR, come ha influito la “politica della conservazione” nella gestione delle risorse?
Il PNRR, a mio avviso, rappresenta un'occasione mancata: abbiamo mobilitato una quantità enorme di risorse, forse troppe tutte insieme, imponendoci di spenderle in un arco temporale estremamente ridotto. Si sarebbe potuta seguire una strategia più graduale e prudente, sulla falsariga di quanto fatto dalla Spagna, che ha scelto di richiedere inizialmente solo i trasferimenti a fondo perduto, attivando la parte a prestito soltanto dopo due anni.
Il libro è un appello al cambiamento per evitare il declino inesorabile del Paese sotto il peso della propria staticità. Quali le misure più urgenti per un cambio di rotta?
Sull’occupazione femminile e giovanile non è più accettabile rassegnarsi al fatto che, in Italia, una donna su due non lavori. È un tema che ricorre costantemente nei dibattiti, ma a cui non seguono mai azioni concrete. Anche sul fronte del PNRR, l'obiettivo iniziale di creare 250.000 nuovi posti negli asili nido è stato drasticamente ridimensionato, con un taglio di circa 100.000 unità. Su questo punto è indispensabile accelerare: siamo sotto la media europea e non raggiungiamo neppure la soglia minima del 33% di copertura. La situazione, inoltre, è drammaticamente "a macchia di leopardo": se la media nazionale è bassa, in alcune zone del Sud si scende addirittura all’8-9%, un livello assolutamente insufficiente per sostenere il lavoro delle madri. Oltre alle infrastrutture, però, serve un profondo cambio culturale: il Paese ha bisogno di modelli ed esempi femminili di successo, che oggi ancora scarseggiano, e, come sottolineavo prima, di un investimento massiccio e mirato sulla formazione.
Biografia
Veronica De Romanis ha studiato economia all’Università La Sapienza di Roma e alla Columbia University di New York. È stata membro del Consiglio degli Esperti presso il ministero dell’Economia e delle Finanze. Attualmente insegna Economia Europea alla Luiss Guido Carli di Roma e alla Stanford University a Firenze. È autrice, tra gli altri, di Il Metodo Merkel (2009) e L’austerità fa crescere (2017). Da Mondadori ha pubblicato Il pasto gratis (2024).