C'è ancora domani. 80 anni dal voto delle donne. A cura di Simona Bonomelli, Maria Caputo, Giada De Bolfo e Stefania Telesca

Il 2 Giugno 1946 per la prima volta in Italia votarono le donne, andarono alle urne circa 13 milioni di aventi diritto al voto con almeno 21 anni di età.
L'estensione del suffragio portò all'elezione di 21 donne all'Assemblea Costituente, storicamente definite "Madri costituenti". Il loro contributo si rivelò significativo non solo nella stesura della Carta costituzionale, ma anche nel promuovere il dibattito sulle riforme legislative dei decenni successivi. Il 2 giugno 1946 segnò così l'accesso formale della componente femminile ai diritti di cittadinanza politica e ai processi decisionali pubblici in Italia. Partendo da questa ricorrenza storica, a 80 anni da una conquista che non arrivò da sola, ma fu il risultato di lunghe battaglie contro pregiudizi e ostacoli, abbiamo voluto interrogarci sullo stato dell'arte all'interno della nostra categoria.
Abbiamo chiesto alle Consigliere Simona Bonomelli, Maria Caputo, Giada De Bolfo e Stefania Telesca: a che punto è il percorso delle dottoresse commercialiste verso una piena e reale parità professionale?
Maria Caputo: "Dalla parità formale a quella reale: la vera sfida è abbattere gli stereotipi e ridistribuire i carichi"
Il diritto di voto alle donne ha rappresentato una conquista fondamentale di cittadinanza e partecipazione. Anche nella professione il cammino delle donne verso la piena parità ha compiuto passi importanti: oggi le donne sono sempre più presenti, competenti e protagoniste nei ruoli professionali e istituzionali.
Tuttavia, il percorso non può dirsi concluso. Persistono ancora differenze nell’accesso ai ruoli apicali, nella rappresentanza decisionale, nella conciliazione tra vita professionale e familiare e, spesso, nel riconoscimento economico e professionale. La vera sfida, a 80 anni da quella conquista storica, è trasformare la parità formale in una parità reale, creando condizioni che consentano alle professioniste di esprimere pienamente talento, autorevolezza e leadership, senza dover superare ostacoli aggiuntivi legati al genere. La domanda oggi non è più se le donne possano arrivare ai vertici delle professioni, ma quanto il sistema sia davvero pronto a riconoscerne il valore senza riserve, stereotipi o disparità. E soprattutto, quanto sia disposto a creare condizioni realmente eque, considerando che ancora oggi sulle donne grava, nella maggior parte dei casi, il peso maggiore della cura familiare e della gestione del tempo. Per molte professioniste, la sfida non è soltanto dimostrare competenza e autorevolezza, ma riuscire a conciliare responsabilità professionali e carichi personali spesso distribuiti in modo non equilibrato. La piena parità si realizzerà davvero quando il talento, l’impegno e la preparazione saranno gli unici elementi a determinare opportunità e percorsi di crescita, senza che il tempo “concesso” al lavoro diventi una differenza di genere.
Stefania Telesca: "I numeri crescono, ma serve un cambio di paradigma nella costruzione di modelli professionali"
A ottant’anni dall’ingresso delle donne nelle professioni economico-giuridiche italiane, il percorso delle dottoresse commercialiste verso una reale parità professionale è avanzato sul piano formale, ma resta ancora incompleto su quello sostanziale. Le donne rappresentano quasi il 33% degli iscritti all’Albo, un incremento importante rispetto al 28% del 2008. Una tendenza che non sembra destinata a fermarsi: tra gli under 40, infatti, la presenza femminile si aggira intorno al 45%, segno del ricambio generazionale. Il gap reddituale, sebbene sia in calo rispetto al passato, resta superiore al 40%. Le colleghe sono aumentate numericamente, ma sono poco presenti nei settori più remunerativi della consulenza e, in generale, nei ruoli di maggiore potere economico e relazionale. Sappiamo bene che la figura del dottore commercialista, al pari delle altre professioni regolamentate, si è sviluppata attorno a un modello di successo tipicamente pensato per gli uomini, sostenuto dalla divisione tradizionale dei ruoli familiari, che prevede presenza costante e disponibilità continua, centralità della presenza fisica, organizzazione dello studio gerarchica e una leadership improntata alla competizione.
Le nuove forme aggregate di studio e l’implementazione di sistemi avanzati di digitalizzazione, come l’intelligenza artificiale, stanno modificando questo modello, nonostante il cambiamento culturale sia più lento. In questo rinnovato scenario, le nuove generazioni di colleghe stanno introducendo valori e criteri che in passato erano considerati secondari: la sostenibilità del lavoro, un migliore equilibrio tra tempo e valore prodotto, una leadership più collaborativa, competenze multidisciplinari, un uso intelligente della tecnologia, un approccio più consulenziale e meno burocratico nel rapporto con i clienti, e strutture organizzative meno rigide e verticali. Oltre a chiedere più spazio, le dottoresse commercialiste stanno provando a cambiare i parametri con cui si definisce il prestigio professionale.
Giada De Bolfo “La prossima sfida è rendere ordinaria l’autorevolezza femminile”
A ottant’anni dal primo voto delle donne, credo che la piena parità nelle libere professioni passi oggi da una sfida più sottile, ma decisiva: non solo esserci, ma essere riconosciute senza dover continuamente dimostrare di meritare il proprio spazio.
Le professioniste hanno competenza, visione e capacità di assumere responsabilità; ciò che va ancora rafforzato è l’accesso pieno alle reti di fiducia, alle opportunità strategiche, ai luoghi in cui si costruiscono reputazione, incarichi e futuro della categoria.
La parità non si misura soltanto nella presenza, ma nella naturalezza con cui una donna viene considerata autorevole, scelta, ascoltata, promossa.
Come Cassa, e più in generale come soggetti chiamati ad accompagnare l’evoluzione della professione, abbiamo il dovere di trasformare questa consapevolezza in cultura quotidiana: criteri trasparenti, valorizzazione del merito, percorsi aperti alle nuove generazioni, senza modelli impliciti di appartenenza o cooptazione. Il traguardo sarà raggiunto quando la leadership femminile non sarà più percepita come un’eccezione da celebrare, ma come una componente normale, necessaria e qualificante della nostra comunità professionale.
Simona Bonomelli “Un cammino a due velocità: serve coraggio per raggiungere una parità sostanziale”
80 anni dopo il primo voto delle donne mi piace descrivere il nostro percorso di dottoresse commercialiste come un cammino a due velocità: da un lato ci sono straordinari traguardi numerici e di competenze, dall'altro persistono barriere culturali e strutturali che rallentano la piena parità. Rispetto alle pioniere della professione, i passi in avanti sono stati giganteschi. Oggi noi dottoresse commercialiste guidiamo l'innovazione in settori chiave, anche grazie all’aumento della nostra presenza nella categoria, che è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi decenni. Infatti, attualmente, la componente donna rappresenta circa il 33% del totale degli iscritti all'Albo, con picchi ben più alti se si guarda alle fasce d'età più giovani. Sotto i 40 anni d’età la percentuale arriva al 43%, segno di un ricambio generazionale fortemente orientato all'equilibrio di genere.
Nonostante i numeri assoluti raccontino una storia di successo, i dati economici evidenziano, purtroppo, il divario più profondo. A livello reddituale persiste, infatti, una disparità tra uomini e donne ancora drammaticamente ampia. In media, i redditi professionali femminili sono inferiori di circa il 45% rispetto a quelli maschili, ed è di tutta evidenza che questo gap non possa dipendere da una minore competenza, ma sia interamente da ascriversi a fattori strutturali, quali, a titolo esemplificativo, la maggior difficoltà delle donne ad accedere a settori a più alto valore aggiunto, dovendo ricoprire più spesso aree tradizionali, e la maggior complessità nel potere a raggiungere il ruolo di partner o di socie di maggioranza all’interno degli studi di grandi dimensioni.
Oggi, dunque, ci serve quel coraggio che ha permesso alle donne di mettersi in gioco nelle liste elettorali, affrontando incomprensioni e pregiudizi, per creare crepe nel soffitto di cristallo della nostra professione. Sono certa che la costruzione di un'effettiva parità sostanziale sia la battaglia a cui siamo chiamate nell’attuale scenario, e, ancor più, ritengo che la parità non debba essere una concessione, ma una conquista e l’affermazione incontrovertibile del nostro valore.
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