La Promessa: il lungo cammino verso il voto femminile. Intervista a Marianna Aprile

Nell'Italia che oggi vede per la prima volta una donna alla guida del Governo, conoscere le radici e il percorso intrapreso per arrivare a questo traguardo significa continuare a tenere viva una “promessa”. Il diritto di voto, conquistato a fatica dopo decenni di promesse mancate e clamorose battute d'arresto, ha trovato infatti nel secondo dopoguerra la sua massima espressione grazie alla determinazione di ventuno donne straordinarie: le “Madri Costituenti”. Spesso in netta minoranza, queste deputate non hanno offerto una presenza di facciata, ma hanno combattuto una durissima battaglia parola per parola, dalla definizione di matrimonio a quella di maternità, per garantire alle cittadine di domani una reale libertà di scelta. Tuttavia, l'attuale scenario internazionale dimostra che i diritti civili non sono acquisiti per sempre. Da queste premesse si sviluppa l’intervista alla giornalista Marianna Aprile che ha recentemente pubblicato il libro “La Promessa.Dal suffragio femminile alla prima donna a palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta”.
Per la prima volta in Italia abbiamo un Presidente del Consiglio donna. Nel suo libro descrive il lungo e tortuoso cammino che ha portato al primo voto delle donne. Quali sono stati i fattori e i momenti decisivi che hanno trasformato quella che sembrava un'utopia in una realtà politica concreta?
Il cammino verso il suffragio femminile in Italia è stato un percorso lungo, segnato da promesse mancate e clamorose battute d'arresto, che hanno però avuto il merito di trasformare un'utopia in una necessità storica e sociale. Questo lungo tragitto prende il via con una prima occasione perduta all'indomani dell'Unità d'Italia nel 1861, quando i diritti delle donne sono stati uniformati verso il basso: in alcune regioni come il Lombardo-Veneto, infatti, le donne godevano già di una minima rappresentanza locale che con il nuovo Stato unitario andò perduta. Successivamente, nel 1919, la Camera approvò una legge per il voto amministrativo e politico alle donne che tuttavia, a causa della fine precoce della legislatura, non arrivò mai al Senato, arenando nuovamente il percorso. Anche nel 1925 si assistette a una falsa partenza: Mussolini promulgò una legge che riconosceva il voto amministrativo ad alcune categorie di donne, ma appena pochi mesi dopo il regime abolì le elezioni locali introducendo la figura del podestà, vanificando di fatto quel diritto prima ancora che potesse essere esercitato. Tutte queste promesse mancate, tuttavia, hanno avuto il risvolto decisivo di funzionare come snodi storici capaci di infiammare il dibattito pubblico e cementare la determinazione delle donne. La lotta per il voto è così uscita progressivamente dai salotti intellettuali e dai grandi centri urbani per trasformarsi in un bisogno trasversale, avvertito da tutte le fasce sociali. A spingere definitivamente la storia verso la svolta sono stati i due conflitti mondiali. Costrette a sostituire gli uomini al fronte, le donne hanno iniziato a lavorare fuori casa, conquistando una nuova dimensione pubblica e maturando la profonda convinzione di non voler più tornare indietro. Con la Resistenza e la Liberazione, il contributo femminile è diventato talmente macroscopico che, nel momento in cui si è iniziato a progettare l'Italia democratica del domani, estendere il diritto di voto è diventato inevitabile. Il diritto di voto attivo e passivo, quest'ultimo conquistato in extremis, non è stato quindi un regalo, ma il culmine di una presa di coscienza collettiva che, dal Risorgimento in poi, ha unito le donne di ogni estrazione sociale e geografica nella consapevolezza che il suffragio fosse il diritto fondamentale per cui lottare.
Il referendum del 2 giugno 1946 rappresenta uno spartiacque nella storia italiana. In che modo l’ingresso delle donne nella vita democratica ha contribuito alla costruzione di quella che è la realtà attuale?
Il referendum del 2 giugno 1946 non è stato soltanto il momento del grande sorpasso numerico del corpo elettorale, ma l’atto di nascita di una nuova architettura sociale. L'ingresso delle donne nella vita democratica ha segnato uno spartiacque decisivo soprattutto grazie all'elezione delle ventuno "Madri Costituenti". Ventuno: un numero oggettivamente esiguo all'interno dell'Assemblea, eppure enorme per il peso specifico, la biografia e le competenze che ciascuna di loro portava in dote. Se oggi l'Italia è un Paese moderno, lo si deve a come quelle pioniere hanno combattuto, parola dopo parola, nella scrittura della Carta Costituzionale. Leggendo i verbali stenografici dell’epoca, ci si accorge che la loro non fu una presenza di facciata, ma una vera e propria guerriglia culturale e semantica. Le Costituenti compresero prima di altri che i dettagli linguistici avrebbero ipotecato il futuro dei diritti civili in Italia. Un esempio lampante fu la durissima battaglia attorno all'istituto del matrimonio. Le deputate si opposero fermamente all'inserimento dell'aggettivo "indissolubile" nel testo costituzionale. Quella che poteva sembrare una disputa accademica su una singola parola era in realtà uno scontro frontale tra due visioni del mondo: se quell'aggettivo fosse passato, l'introduzione della legge sul divorzio, arrivata decenni più tardi, sarebbe stata costituzionalmente impossibile. Altrettanto iconico fu lo scontro che vide protagonista Nilde Iotti sulla definizione del ruolo materno. Si discuteva se definire la maternità una "missione" o una "funzione" sociale. Una distinzione quasi ontologica: etichettare la maternità come "missione" avrebbe significato relegare per sempre, e per diritto divino, la priorità della vita di ogni donna alle mura domestiche. Scegliere il termine "funzione", come poi avvenne, riconosceva invece alla donna lo status di cittadina libera di scegliere, tutelata dallo Stato anche nella sua dimensione professionale. Le Costituenti sono state determinanti perché hanno piantato i paletti giusti nel terreno della nostra democrazia. Dietro le loro spalle si è poi mossa una staffetta generazionale: le parlamentari venute dopo di loro hanno raccolto quel testimone, traducendo i principi della Costituzione in leggi concrete e costruendo, un diritto alla volta, l'Italia di oggi.
Guardando ai decenni successivi, possiamo dire che la "promessa" di piena partecipazione democratica sia stata mantenuta o è un cantiere ancora aperto, anche rispetto alla crisi generale delle democrazie?
I diritti sono cose vive, mutano con il mutare delle società e delle epoche. Di conseguenza, quello della partecipazione democratica e della democrazia è sempre un cantiere aperto, e aggiungo che si tratta di un cantiere pericolosamente aperto. Spesso, infatti, si approfitta del fatto che i diritti cambino per convincerci che se ne possa fare a meno o che non debbano essere esercitabili da tutti. Questo è oggettivamente un rischio che oggi si corre all'interno delle democrazie. Rimango sempre molto stupita, ad esempio, leggendo ciò che arriva dagli Stati Uniti in questo momento: ci sono dei movimenti che provano a dimostrare che l'estensione del voto alle donne sia stata un boomerang per la democrazia americana, arrivando ad auspicare il ritorno a un suffragio esclusivamente maschile. Se questo accade oggi, significa che tutto è sempre in fieri. Questo scenario chiama in causa ciascuno di noi direttamente, spingendoci a vigilare sul rischio di una retrocessione nel campo dei diritti, che è una sensazione che in questo periodo proviamo un po' tutti facilmente. Stiamo infatti attraversando un momento di enorme debolezza e delegittimazione persino per le regole del diritto internazionale e degli organismi sovranazionali, cioè tutte quelle regole che ci eravamo dati quando abbiamo deciso di scegliere la pace per evitare altre guerre. E questa debolezza è una cosa che sta succedendo anche ai diritti civili, sociali e politici in ciascuna delle nostre deboli democrazie.
Attraverso le storie delle “costituenti”, quale messaggio può dare alle nuove generazioni?
La prima lezione che ho imparato io, e che rappresenta il primo vero messaggio, è quella di andare a leggere la loro storia. Le Costituenti hanno lasciato delle parole perfette per descrivere non tanto quello che avevano passato loro, ma quello che si rischia di passare quando si abbassa la guardia sui fondamentali. Il primo messaggio, e forse anche l'unico che mi sento di dare, è di andare a cercarsi le parole di Bianca Bianchi, di Teresa Noce, di Teresa Mattei, di Nilde Iotti e di Lina Merlin. Ne hanno lasciate scritte di bellissime e dirette per descrivere tutte le urgenze che non invecchiano. Il tipo di urgenze che loro hanno affrontato e cercato di risolvere – prima con la Resistenza e poi con il lavoro tenace e certosino del loro impegno nella Costituente e, in generale, nel loro impegno politico e sociale – sono urgenze che non invecchiano affatto. Nonostante siano passati ottant'anni, quelle urgenze sono ancora le nostre.
Biografia
Marianna Aprile è giornalista e conduce In Onda su La7 e Amici e Nemici su Radio24. Ha lavorato a lungo per i periodici e ora cura la rubrica Momento Critico su Marie Claire. Ha scritto un romanzo (In balia, La nave di Teseo, 2021) e vari saggi; l’ultimo è La promessa, appena uscito per Rizzoli.