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La terza via: i capitali privati per investimenti produttivi

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Consentire alle economie dei singoli Paesi di ripartire e garantire così maggiore coesione sociale dovrebbe essere una delle priorità delle politiche finanziarie di Bruxelles. Priorità che oggi sconta una forte contrazione dell’offerta di denaro in prestito da parte delle banche.

Uno spettro chiamato credit crunch (stretta del credito) si aggira con fare minaccioso tra le ricette necessarie a rilanciare un’economia che, di contro, continua a ristagnare; tanto più in un Paese come il nostro che non può permettersi, senza rischi aggiuntivi, di perseguire:

  • per la via diretta, l’incremento della spesa corrente;
  • per la via indiretta, politiche di salvataggio strumentali alle banche.

La “retorica” della terza via, verrebbe da dire, è quella di individuare le giuste leve per drenare risorse da allocare su investimenti produttivi in modo da ridurre l’attrito generato dal credit crunch, in quanto oggi è ancora troppo forte in Italia l’interdipendenza tra il sistema delle imprese e quello bancario. Parliamo di un legame virtuoso in periodi di espansione e crescita, ma che produce effetti negativi di fronte a una lunga fase recessiva, aperta ormai anni addietro con la bolla speculativa immobiliare americana.

In modo analogo non è possibile guardare sereni a un PIL che tende su valori più solidi che in passato, ma che mostra differenze ancora elevate tra i Paesi membri dell'Eurozona.

Dove l’indebitamento è più consistente, infatti, le economie sono più vulnerabili e più esposte all'instabilità dei mercati. E in un Paese come l’Italia, dove permangono difficoltà di accesso al mercato dei capitali, il deficit di risorse che ne consegue genera un gap di crescita e di competitività con l’estero.

Per uscire da questa sorta di cortocircuito servono, prima di tutto, investitori istituzionali affidabili in grado di garantire tali risorse e le Casse negli ultimi anni hanno dimostrato - Cassa Dottori Commercialisti ne è un esempio - che si può essere capaci tanto nella funzione ordinaria di gestori della previdenza, quanto in quella sussidiaria di investitori delle riserve accumulate tra rischio, rendimento e tutela della Categoria.

Gli indicatori più recenti parlano di un attivo patrimoniale di oltre 85 miliardi di Euro, di cui poco più di 32 in gestione diretta e 53 in fondi o tramite intermediari specializzati. Questi sono i numeri che consentono alle Casse di accreditarsi come investitori istituzionali, purché vengano ridisegnati i termini di un percorso che può dirsi condiviso se capace di produrre un ritorno previdenziale a vantaggio di tutti i professionisti.

Buona parte delle riserve sono già investite in asset domestici della cosiddetta economia reale e rappresentano la prova di voler essere attori protagonisti di una ripresa di cui il Paese ha bisogno, con un occhio di riguardo a rendimenti profittevoli da strumenti alternativi per adeguare le prestazioni dei professionisti.

La strada per traguardare questi obbiettivi è certamente lastricata di buone intenzioni e le Casse stanno dimostrando di averne, di intenzioni e di idee, senza snaturare le proprie origini di “custodi” della previdenza dei professionisti. Investire sì, ma farlo prima di tutto sulle pensioni.

Sandro Villani
Vice Presidente CNPADC