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Abusivi all'angolo - Commento alle recenti sentenze

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Prima di analizzare le recenti statuizioni della giurisprudenza di legittimità in tema di competenza professionale “esclusiva” del dottore commercialista e dell’esperto contabile, è doveroso, in via preliminare, porre mente agli insegnamenti offerti in materia dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 11545 del 15 dicembre 2011, hanno delineato i confini della configurabilità del delitto di esercizio abusivo di una professione.

Il Supremo Collegio, nel dirimere un contrasto interpretativo registratosi in giurisprudenza, ha affermato il principio di diritto alla cui stregua –nel vigore del D.Lgs. 28 giugno 2005 n. 139- configura la fattispecie delittuosa ex art. 348 c.p. “non solo il compimento senza titolo, anche se posto in essere occasionalmente e gratuitamente, di atti da ritenere attribuiti in via esclusiva ad una determinata professione, ma anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano univocamente individuati come di competenza specifica di una data professione, allorché lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e (almeno minimale) organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato”.

Questioni di tendenziale completezza, impongono di operare un richiamo, seppur per cenni, ai due distinti orientamenti che si sono contesi la scena giurisprudenziale in ordine alla sussistenza del reato in parola. L’orientamento tradizionale ha limitato l’ambito applicativo della norma incriminatrice ai soli atti tipici della professione, e cioè ai soli atti riservati in via esclusiva a professionisti iscritti nell’albo professionale. Di contro, la contrapposta opzione ermeneutica ha inteso estendere l’ambito applicativo della norma in discorso anche agli atti c.d. “relativamente liberi” (in questi termini, Cass. pen., sez. VI, 8 ottobre 2002, n. 49), distinguendo tra “atti tipici” della professione, espressamente attribuiti ex lege ad una determinata competenza professionale, ed “atti caratteristici”. In altri termini, la tesi estensiva ha inteso allargare l’ambito applicativo della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 348 c.p. anche al compimento della seconda categoria di atti, definiti dalla anzidetta sentenza “Notaristefano” quali “relativamente liberi”, che potrebbero essere compiuti liberamente da chiunque a titolo occasionale e gratuito, ma il cui compimento -strutturalmente connesso alla professione- diventerebbe riservato se effettuato in modo continuativo, organizzato e remunerato.

In tale prospettiva si coglie l’essenza dell’intervento delle Sezioni Unite -da leggere in combinato disposto con la pedissequa elencazione delle attività di competenza tecnica esclusiva riconosciute dal D.lgs. n.139/2005- che, allargando i confini dell’art. 348 c.p., hanno inteso tutelare i consociati da prestazioni professionali offerte da soggetti non qualificati, ovvero non abilitati all’esercizio della professione.

Le recenti sentenze della Corte di Cassazione in materia, inserendosi nel solco tracciato dalle Sezioni Unite, ne hanno delineato ancor di più i contorni.

Con la sentenza n. 51362 del 3 novembre 2016, la VI Sezione della Corte di Cassazione ha chiarito come per l'integrazione del reato de quo, in riferimento a prestazioni rese nel vigore del D.Lgs. 28 giugno 2005 n. 139, sia sufficiente il compimento senza titolo di atti -quali la tenuta della contabilità aziendale, redazione delle dichiarazioni fiscali ed effettuazione dei relativi pagamenti- che, pur non rientrando singolarmente nella competenza esclusiva professionale di una determinata professione liberale, siano comunque idonei a creare, in quanto svolti per continuatività, onerosità, organizzazione e retribuzione, in assenza di chiare indicazioni diverse, oggettive apparenze di un'attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato. Pertanto incorrerebbero nel reato di cui all’art. 348 c.p., sussistendone concretamente gli elementi costitutivi richiesti dalla fattispecie incriminatrice, i soggetti illegittimamente qualificatisi tenutari delle scritture contabili presso l’Agenzia delle Entrate (sia persone fisiche che società di qualsiasi genere) diverse dai professionisti.

Un ulteriore elemento propulsivo –ancorché relativo alla categoria degli esperti contabili- è stato fornito da una recente pronuncia di legittimità (Cass. pen., sez. III, 30 novembre 2016, n. 14815). La sentenza in discorso ha colto l’occasione per chiarire come la redazione di bilanci e la consulenza per società di capitali, svolta da chi non abbia un’abilitazione, comporta l’esercizio abusivo della professione di esperto contabile e non di dottore commercialista, ove induca il cliente in errore circa il possesso di specifica abilitazione.

Stando così le cose, il tema impone una seria riflessione –de iure condendo- sul possibile ed auspicabile ampliamento delle competenze esclusive dei professionisti, da bilanciare –all’evidenza- con il diritto costituzionalmente garantito di iniziativa economica privata di cui all’art. 41 Cost.. Ed infatti, appare poco “ortodosso” ritenere penalmente irrilevante la condotta di quei soggetti non iscritti al relativo albo professionale che, seppur con trasparenza dei titoli, si occupino –a mo’ d’esempio- della tenuta della contabilità ovvero della redazione dei bilanci.

Mauro Cernesi
Delegato CNPADC Ordine di Cassino