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Le efficienze gestionali devono rimanere agli Associati

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Con ordinanza n. 208/2015 il Consiglio di Stato - nel giudizio promosso dalla CNPADC e, in proprio, dal Dott. Walter Anedda e dal Dott. Renzo Guffanti, in qualità di iscritti alla CNPADC medesima - ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’articolo 8, comma 3, del D.L. n. 95/2012.

La norma censurata imponeva alle Casse di previdenza professionali, di cui al D. Lgs. n. 509/94, in forza della loro inclusione nell’elenco redatto dall’ISTAT ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 196/2009, di ridurre la spesa per consumi intermedi nonché di riversare annualmente i risparmi così conseguiti al bilancio dello Stato.

Con sentenza n. 7 dell’ 11 gennaio 2017 la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittima la norma citata, in riferimento agli artt. 3, 38 e 97 della Costituzione, nella parte in cui prescrive che le somme derivanti dalle riduzioni di spesa per consumi intermedi siano versate annualmente dalla CNPADC al bilancio dello Stato, ritenendo tale riversamento non conforme al canone della ragionevolezza, né alla tutela dei diritti degli iscritti alla CNPADC, né al buon andamento della gestione amministrativa della medesima.

Ai fini della decisione la Corte ha precisato che l’inclusione delle Casse di previdenza professionali nell’elenco ISTAT citato - benché questo non sia argomento risolutivo - si basa su norme classificatorie e definitorie proprie del sistema statistico nazionale ed europeo allo scopo di raccogliere e monitorare le economie degli Stati membri nonché la convergenza economica delle politiche finanziarie europee.

Tuttavia”, precisa la Corte, “a differenza della maggior parte degli enti pubblici e dei soggetti inseriti nell'elenco, la CNPADC non gode di finanziamenti pubblici che - anzi - sono vietati dalla legge istitutiva (art. 1, comma 3, D.Lgs. n. 509 del 1994)”.

La trasformazione della Cassa, operata dal D.Lgs. n. 509 del 1994, … omissis… ha lasciato immutato il carattere pubblicistico dell'attività istituzionale di previdenza ed assistenza svolta dagli enti, articolandosi invece sul diverso piano di una modifica degli strumenti di gestione e della differente qualificazione giuridica dei soggetti stessi: l'obbligo contributivo costituisce un corollario, appunto, della rilevanza pubblicistica dell'inalterato fine previdenziale.

L'esclusione di un intervento a carico della solidarietà generale consegue alla stessa scelta di trasformare gli enti, in quanto implicita nella premessa che nega il finanziamento pubblico o altri ausili pubblici di carattere finanziario (sentenza n. 248 del 1997)”.

Ma il thema decidendum non è l’inclusione delle Casse in tale elenco e la conseguente applicazione alle medesime delle norme in materia di contenimento della spesa pubblica, quanto l’obbligo imposto a tali enti di riversare quanto risparmiato nella casse dello Stato.

La disposizione censurata opera in deroga all’ordinario regime di autonomia della Cassa alterando il vincolo funzionale tra contributi degli iscritti ed erogazioni delle prestazioni previdenziali”. “In tale senso risulta violato l’art. 3 della Costituzione per l’incongrua scelta di sacrificare l’interesse istituzionale della CNPADC ad un generico e macro-economicamente esiguo impiego nel bilancio statale”.

Non appare, pertanto, ragionevole il sacrificio delle entrate della CNPADC, che sono intrinsecamente collegate alla necessarie autosufficienza della gestione pensionistica, a beneficio di un generico interesse dello Stato ad arricchire, in modo peraltro marginale, le proprie dotazioni di entrata.

Con il D. Lgs. n. 509/1994 il legislatore ha scelto di adottare per gli enti di previdenza professionale un sistema previdenziale di tipo mutualistico caratterizzato dall’autosufficienza patrimoniale.

Risulta quindi, evidente che, in tale sistema, il legame tra volume dei contributi versati e livello delle prestazioni rese determini una grande responsabilità dell’ente gestore, dalla cui buona amministrazione dipende il mantenimento del sistema medesimo che non puo’ finanziarsi diversamente.

In definitiva, “se in Costituzione non esiste un vincolo a realizzare un assetto organizzativo autonomo basato sul principio mutualistico, occorre tuttavia evidenziare che, una volta scelta tale soluzione, il relativo assetto organizzativo e finanziario deve essere preservato in modo coerente con l'assunto dell'autosufficienza economica, dell'equilibrio della gestione e del vincolo di destinazione tra contributi e prestazioni”.

In un tale sistema il riversamento previsto dalla norma in esame viola, altresì, gli articoli 97 e 38 della Costituzione, in quanto mina gli equilibri che costituiscono l’elemento indefettibile dell’esperienza previdenziale autonoma “in presenza di un chiaro divieto normativo all’intervento riequilibratore dello Stato”

In altre parole, “subordinare le esigenze di coerenza dell’ordinamento previdenziale disegnato dal D. Lgs. n. 509/1994 in senso mutualistico, e successivamente perfezionato attraverso l’applicazione del sistema contributivo, ad un meccanismo di prelievo di importo marginale non risulta coerente né in grado di superare i criteri di ragionevolezza precedentemente richiamati”.

Alla luce delle suddette considerazioni, con una decisione storica e di grande pregio, il Giudice delle Leggi ha ribadito la validità della scelta compiuta dal legislatore nel 1994, dando vita con il decreto n. 509 al sistema delle Casse Previdenziali Professionali Private, che merita di essere preservato da scelte legislative che possano scalfirne i meccanismi di base, in grado di garantirne la sopravvivenza senza interventi da parte della finanza pubblica.

La CNPADC, al di là della marginalità degli importi oggetto di riversamento nelle casse dello Stato, ha voluto difendere la propria autonomia che, fin dal 1994, ha comportato importanti sacrifici da parte di tutti gli iscritti per autogarantirsi un sistema previdenziale in equilibrio nel lungo periodo. La CNPADC e l’intera Categoria dei Dottori Commercialisti, infatti, hanno da sempre ritenuto che l’autonomia debba essere gestita con grande responsabilità.

Proprio per questi motivi la Cassa non ha accettato di vedere calpestata la sua autonomia dal Legislatore che, invece, la dovrebbe preservare “in modo coerente con l'assunto dell'autosufficienza economica, dell'equilibrio della gestione e del vincolo di destinazione tra contributi e prestazioni”.