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Equa concorrenza, libero compenso!

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E’ notizia di pochi giorni fa la netta bocciatura da parte dell’Antitrust dell’equo compenso, strumento introdotto di recente nel nostro ordinamento dal D.L. 148/2017 e dal DDL AC 4741 di conversione dello stesso, approvato dal Senato ed ora all’esame della Camera dei Deputati.

Facciamo un passo indietro: il cosiddetto decreto Bersani (Decreto Legge 4 Luglio 2006, n.223), in nome della libera concorrenza di mercato, aveva abrogato, tra le altre cose, le disposizioni normative che prevedevano, per la quantificazione dei compensi professionali, il rispetto di tariffe fisse o minime; secondo l’assunto del predetto Decreto, tali tariffe avrebbero ostacolato il libero mercato, danneggiando il consumatore, costretto a pagare un compenso minimo imposto dalla Legge, innescando un meccanismo perverso che avrebbe avuto, quale estrema conseguenza, un rallentamento della crescita economica.

A parere di chi scrive, la norma, che si poneva in teoria intenti anche condivisibili, ha tuttavia portato con sé, in pratica, una lunga serie di effetti collaterali, primo tra i quali un deciso peggioramento della qualità della prestazione professionale offerta, ma anche un sensibile calo della redditività dei professionisti, quantificata in una diminuzione di circa 8 punti percentuali rispetto ai redditi dell’anno 2007, con punte più elevate per le generazioni più giovani.

A questa situazione paradossale si è cercato di dare rimedio, almeno nelle situazioni nelle quali il professionista si trovi di fronte a “clienti forti” ed alla Pubblica Amministrazione, con l’introduzione dell’equo compenso, strumento attraverso il quale garantire all’utente finale (cliente o consumatore) una prestazione professionale di qualità elevata ed al professionista un onorario proporzionale al tempo ed alle competenze messe in campo.

Ecco però l’intervento a gamba tesa dell’Antitrust che paventa distorsioni alla libera concorrenza a presunto danno dei consumatori, della crescita economica e perfino dei giovani professionisti i quali, non potendo utilizzare la leva del ribasso del compenso si troverebbero con le armi spuntate rispetto ai colleghi già affermati.

Orbene, va rilevato come il parere dell’Antitrust, come già il Decreto Bersani, muova da ipotesi non corrette all’origine! Con un parallelismo di tipo matematico-geometrico, nello sviluppo di un teorema, si parte dalle ipotesi per poi giungere, passando da una dimostrazione empirica dei fatti, ad un risultato inconfutabile. Nel caso dell’equo compenso, invertendo l’ordine del ragionamento, se il risultato deve essere l’assenza delle tariffe minime professionali, allora l’ipotesi deve forzatamente essere che ci si trovi davvero in un libero mercato, in un regime di libera concorrenza. Ma se per svolgere la professione di Dottore Commercialista si prevede che ci sia una lunga serie di requisiti tra i quali, solo per citarne i principali, un periodo di tirocinio professionale, il superamento di un esame di Stato, un aggiornamento ed una formazione continua, il rispetto di un codice deontologico, l’obbligo di una congrua polizza assicurativa e di un preventivo in forma scritta al cliente, allora non si potrà pretendere che non sia previsto un equo compenso.

Insomma, volendo trovare una sintesi, valga il seguente teorema: equa concorrenza, libero compenso; ma se la concorrenza non è libera (equa) allora dovrà necessariamente trovare spazio l’equo compenso.

Guido Senaldi
Delegato Ordine di Busto Arsizio