Intervista ad Alfonso Celotto. La Costituzione per guardare lontano

Lavoro, previdenza e società: sono i temi affrontati nell’intervista al prof. Alfonso Celotto, giurista con grande esperienza nelle istituzioni e professore ordinario di Diritto Costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”. Un racconto sulla nascita della Costituzione Italiana, che secondo Piero Calamandrei era “presbite” perché fatta per “guardare lontano” .
Prof. Celotto, partiamo dalla protagonista principale del suo secondo romanzo storico, Carmela, una figura femminile simbolica che giunge casualmente all’espressione “fondata sul lavoro”. Perché fu fondamentale in quel momento storico trovare la “formula perfetta”, che potesse esprimere nel primo articolo della Costituzione il compromesso tra visioni diverse su democrazia, repubblica e lavoro?
Andava cercato un valore comune a tutte le forze politiche. Ci fu molto dibattito sul preambolo della Costituzione della nascente Repubblica italiana: ricordiamo tutti che l’onorevole democristiano Giorgio La Pira propose di inserire un riferimento a Dio, ma il segretario del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, lo considerò subito divisivo. Questo episodio ci aiuta a capire perché, alla fine, la scelta ricadde sulla parola “lavoro”. Un termine condiviso, cattolico, se pensiamo alla Rerum Novarum di Papa Leone XIII, ma anche socialista e liberale. Rappresentava un valore fondante per tutte le principali ideologie politiche e fece comprendere ai Padri Costituenti l’importanza di costruire una Costituzione comune, che appartenesse a tutti. La redazione della carta costituzionale richiese un grande sforzo: proprio nel 1947 si apriva la stagione della cortina di ferro, e alcuni dei Comitati di Liberazione Nazionale iniziavano a lasciare il governo. Eppure, nell’Assemblea Costituente si cercava la concordia. La Costituzione fu approvata con l’88% dei voti favorevoli, nonostante le forti differenze ideologiche tra democristiani e comunisti — un po’ come Don Camillo e Peppone, si potrebbe dire. Tutto ciò rende ancora più evidente il valore della parola “lavoro” come fondamento unitario della nostra Costituzione. Ma che impatto ha avuto tutto questo sulla vita delle persone comuni? Pensiamo, per esempio, a una figura come Carmela. Non è un personaggio realmente esistito, ma è verosimile. Una delle tante donne del Sud, cresciute in famiglie numerose, che in quegli anni si trasferivano a Roma per lavorare come domestiche. Carmela è curiosa, determinata, e proprio grazie a quella curiosità inizia a scoprire cosa significa la democrazia. La Costituzione, infatti, all’articolo 3 afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Ed è proprio grazie a questo principio se una ragazza nata in provincia di Benevento può diventare, a pieno titolo, cittadina. Carmela incarna quella trasformazione silenziosa e profonda che la Costituzione ha reso possibile.
Non può esistere un vero diritto al lavoro senza la previdenza. E infatti la nostra Costituzione disciplina la protezione sociale e prevede che a essa provvedano anche organi e istituti non istituiti e gestiti dallo Stato, ma soltanto da esso «predisposti o integrati»: sono i cosiddetti corpi intermedi, come le Casse di previdenza. Sono trascorsi oramai 30 anni dalla privatizzazione delle Casse e dall’inizio del loro cammino verso l’autonomia. A che punto siamo, secondo lei? E come valuta il bilanciamento tra pubblico e privato nel settore previdenziale in Italia?
Lo Stato italiano si fonda sui principi dell’autonomia, della differenziazione e della sussidiarietà. In quest’ottica, gli Enti di Previdenza risultano non solo legittimi, ma anche necessari. Fin dal 1959, la Corte Costituzionale ha chiarito che la vera uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere e valorizzare le differenze. I dottori commercialisti, per esempio, non sono assimilabili né agli impiegati dell’INPS, né agli avvocati: ciascuna categoria professionale ha specificità e bisogni propri. È per questo che, in materia previdenziale, è essenziale riconoscere una forma di specializzazione. La grande intuizione della privatizzazione delle Casse — che, pur restando Enti di Previdenza, non gravano sul bilancio dello Stato — rappresenta un importante riconoscimento dei principi di differenziazione e sussidiarietà. Si tratta, ormai, di un concetto consolidato e accettato. Serve però anche una vera e propria cultura della previdenza. Bisogna comprendere che la vita lavorativa non si esaurisce nel solo lavoro, ma include anche l’assistenza e la tutela previdenziale. Oggi, nel bilancio dello Stato, la prima voce di spesa è rappresentata proprio dalla previdenza e dall’assistenza. Questo dato ci ricorda che l’Italia è, a pieno titolo, un grande Stato sociale, anche in un ambito che, troppo spesso, sembra dimenticato.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni, vi è stata una forte crescita della componente femminile nelle libere professioni. In 15 anni +49% di donne nelle libere professioni, ma con redditi del 46% inferiori ai colleghi. La nostra Costituzione già nel ‘48 poneva le basi per garantire la parità di diritti e retribuzioni tra donne e uomini a parità di lavoro. A che punto siamo oggi? Servono ulteriori strumenti normativi per assicurare a pieno un diritto sancito da tempo dalla nostra costituzione?
Mi permetto di dire che la colpa è di Aristotele. Il filosofo greco sosteneva che tutti gli esseri animati fossero al servizio dell’uomo, includendo tra questi anche le donne. Questo pensiero ha contribuito a mantenere le donne in una posizione subordinata per oltre tremila anni, sia dal punto di vista sociale che lavorativo. Durante la Seconda guerra mondiale, però, le donne italiane hanno iniziato a conquistare il proprio spazio, partecipando attivamente alla Resistenza e sostituendo in molti casi la figura maschile. È da quel momento che prende avvio una vera e propria rivoluzione copernicana: la donna non è più soltanto “l’angelo del focolare”. Sbagliamo, infatti, quando parliamo solo di "Padri costituenti": tra coloro che hanno contribuito alla nascita della Repubblica c’erano anche molte donne. Eppure, fino al 1948, alle donne era ancora precluso l’accesso a carriere come quella del magistrato o del diplomatico, considerate inadeguate al genere femminile. Ancora oggi, guardandoci intorno, la parità di genere appare lontana. Perché? Perché non bastano gli articoli 3 e 51 della Costituzione: servono azioni concrete, misure positive che accompagnino questo percorso. È necessaria anche una maggiore consapevolezza culturale. In fondo, le donne hanno un ruolo attivo nella società da appena settant’anni, a fronte di tremilacinquecento anni di subordinazione. Serve un cambiamento di mentalità. Ma questo cambiamento non avviene per decreto, né con la "sindrome di Puffetta" — come viene chiamata nel libro sulle donne di Martina Hingis — secondo cui una sola donna rappresenterebbe tutto l’universo femminile. La trasformazione si costruisce con l’esempio, con l’abitudine, con la normalità della partecipazione femminile alla vita pubblica. Solo strutturando una piena inclusione sarà possibile realizzare la parità di trattamento sancita dall’articolo 37 della Costituzione. Ci vuole tempo: non è questione di una bacchetta magica né solo di leggi, ma di un percorso lungo e multidisciplinare. La disparità di genere non è solo economica o legata alla violenza: è soprattutto culturale. Spesso le donne fanno fatica ad affermare il proprio ruolo, ed è per questo che serve un grande accompagnamento culturale — prima ancora che normativo — per superare davvero questa diseguaglianza.
Le libere professioni possono essere sempre più protagoniste dei cambiamenti in atto, come la transizione ecologica e digitale. La nostra Cassa sta investendo molto sulla formazione e sulle competenze, supportando in particolar modo la componente giovanile. Dal 2023 è anche impegnata con il progetto “CDC Edu - Fare i conti con il futuro”, iniziativa che da due anni ci ha permesso di entrare nelle aule delle facoltà economiche italiane e di incontrare gli studenti per discutere di previdenza e di evoluzione della nostra professione. Anche la tutela dello studio e della formazione è prevista nella nostra Costituzione?
La formazione è uno degli aspetti fondamentali della partecipazione consapevole al mondo del lavoro, grazie all’articolo 35 che si abbina all’articolo 3, comma 2, della Costituzione. Bisogna formare i giovani soprattutto sui temi della consapevolezza digitale, ecologica e finanziaria. E chi più di una Cassa di Previdenza può favorire la diffusione della formazione? Sarebbe una formazione qualificata, in un mondo in cui non si distingue il vero dal falso e le fake news sono all’ordine del giorno. In questo contesto avere un formatore qualificato non solo del mondo del lavoro, ma anche proprio nella società civile, favorisce una piena consapevolezza e una piena partecipazione, il grande driver della formazione. È un progetto importante quello della Cassa perché aiuta a comprendere che non è solo assistenza e previdenza, ma anche che ha anche un ruolo sociale della sussidiarietà.
Chiudiamo con il suo ultimo romanzo “Indissolubile”, dove il protagonista è un’altra giovane figura che sarà coinvolta dagli eventi storici, quando la Camera dei deputati approvò una delle norme più tormentate della nostra storia: la legge sul divorzio. In Italia, infatti, fino ad allora, il matrimonio era "indissolubile”. In un paese, il nostro, caratterizzato ormai da un progressivo inverno demografico che incide fortemente sulla struttura sociale, lei in un suo intervento dice che “la legge cambia la società”. Qual è il messaggio che vuole dare con questa “espressione”? È davvero la legge che cambia la società o la società che cambia le leggi?
Molto spesso serve una legge per riconoscere e regolamentare i cambiamenti sociali in atto, e io cerco di raccontare questi fenomeni attraverso romanzi che hanno anche uno scopo divulgativo. Il problema, però, è che in Italia si è per lungo tempo creduto che la famiglia fosse un’istituzione immutabile: la donna rimaneva a casa, mentre il marito lavorava e bastava che tornasse a dormire lì perché la famiglia fosse considerata “intatta”. Era un formalismo, oggi non è più così: i dati ISTAT ci dicono che separazioni e divorzi hanno superato i matrimoni. E ricordiamo che fino a circa 70 anni fa non era nemmeno possibile divorziare, perché il matrimonio era indissolubile. Nel mio ultimo romanzo racconto proprio il ruolo di quella legge sul divorzio e le difficoltà che si incontrarono per approvarla. Il tema dell’indissolubilità del matrimonio, ad esempio, racconta molto della nostra storia: nel 1970, grazie a una forte battaglia sociale, si arrivò finalmente alla legge sul divorzio. La componente femminile fu fondamentale: le donne volevano il divorzio. E anche se in Parlamento, nel 1970, c’erano ancora molti uomini contrari, alcune storie ebbero un forte impatto sull’opinione pubblica. Un esempio è quella della “Dama Bianca”, la compagna di Fausto Coppi: fino al 1969, in Italia, l’adulterio femminile era un reato e lei finì in carcere ad Ancona, mentre per l’uomo era solo “concubinato”. Questa mentalità antica ha lasciato tracce durature: nel codice civile, fino al 1975, c’era scritto che il marito era il capo della famiglia, la donna doveva prenderne il cognome e seguirlo ovunque volesse. Una frase che oggi suona assurda, quasi comica, ma che era la norma anche vent’anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Per fortuna, le donne hanno fatto un percorso enorme. Abbiamo avuto la prima donna ministro, la prima presidente della Camera. Figure come Tina Anselmi e Nilde Iotti sono state fondamentali per farci capire che non deve più stupirci se una donna ricopre un ruolo di potere. Il vero cambiamento culturale sarà compiuto quando smetteremo di stupirci: che il presidente sia uomo o donna, non dovrebbe più fare notizia.